15/19-09-2017 Londra chiama e la moda risponde.
Per la S/S 18 sfilano le collezioni più audaci. In tema di avanguardia ibrida, in piena collisione con il mondo dell’arte, emerge il visionario progetto di Gareth Pugh. Alla passerella il fashion designer, da sempre borderline, preferisce una proiezione presso il Bfi Imax Waterloo, il cinema più grande d’Europa.

Gareth Pugh è uno di quegli stilisti che rinnega la moda in quanto sistema, il suo lavoro si concentra sul trasformare gli abiti in veicoli concettuali, emotivi, narrativi.

Dal suo Unconventional Final Show per la Central Saint Martins, immediatamente immortalato dalla copertina di I-d, è stato subito evidente che, urgente e inarrestabile, il flusso creativo dello stilista inglese non avrebbe potuto conoscere compromessi commerciali.

Sarà questa speciale attitudine di Pugh a far si che la collaborazione con Nick Knight nasca spontaneamente fin dai primi passi dello stilista.

Fotografo britannico che vanta collaborazioni con altisonanti nomi della moda come Yamamoto (per il quale ha lavorato insieme a Peter Saville), McQueen, Calvin Klein, Prada, Christian Dior, Alexander Wang, Knight è anche regista di video di star musicali quali Bjork, Lady Gaga, Massive Attack e Kanye West.

 

Björk by Nick Knight | anothermag.com

Il 2000 segna una svolta nel percorso del fotografo: realizza SHOWstudio, un sito che si propone di diffondere una visione della moda alternativa attraverso i fashion film. Esattamente come per Pugh l’abito diventa un’opera che vuole raccontarci qualcosa a tutti i costi.

Tra i lavori partoriti dal binomio Knight-Pugh resta indimenticabile, in occasione della Couture Week nel Luglio del 2006, Flash-Off : attraverso il trucco e una serie di object trouvé (dentifricio, porporina, rossetto, collanti naturali) Gareth impersona il suo atteggiamento rispetto ai diversi aspetti del proprio lavoro. Come un nuovo Leigh Bowery, al quale fa riferimento anche nei bubble dress, Pugh rende il suo corpo un palcoscenico in cui si alternano le metamorfosi che lo porteranno a tramutarsi in torta di compleanno, barboncino, palla da discoteca.

Leigh Boweryh | theredlist.com

L’autunno/inverno 2009 segna una nuova collaborazione di Pugh con lo Studio. Questa volta dietro la macchina da presa c’è Ruth Hogben: il regista immortala una bellissima ed eterea vestale in un rituale che celebra l’abito.

È ormai chiaro che il motore del pensiero di Gareth sia il concetto di moda come arte performativa e di confine:

organizza tre giorni di live stand per assistere alla creazione di un ripped dress e, nel 2012, come Chanel prima di lui, lo stilista realizza gli abiti per il Royal Ballet (Cocò ideò i costumi per il Ballet Russes di Diaghilev).

Come scritto in apertura, per la primavera/estate 2018 Gareth Pugh chiude il cerchio e sceglie il fashion-film come principale mezzo di presentazione della sua collezione.

“This is not a show…Si tratta di un’opportunità unica per fornire un’esperienza viscerale che comunichi il sentimento della collezione senza barriere”. Nel corto di Knight tutti gli incubi e le fobie dello stilista si manifestano.

È una parata surreale, radicale, onirica, “una riflessione sulla bellezza e le barbarie” come ha commentato lo stesso Pugh.

Referenti imprescindibili per questa nuova stagione sono i dipinti di Francis Bacon e la produzione fotografica di Antoine D’Agata, lavori in cui emerge quell’istinto primordiale che Federico Garcia Lorca chiamava duende.

Il termine, praticamente intraducibile in qualsiasi altra lingua, fu introdotto dal poeta per indicare un particolare tipo d’inquietudine: quella forza indecifrabile, tanto oscura quanto feconda, che si rivela l’autentica spinta propulsiva dell’intera vicenda umana, dalle emozioni più viscerali al pensiero più razionale.

Per rendere reale questa potentissima suggestione Gareth Pugh chiama in aiuto Olivier de Sagazan. Con orizzonti che spaziano dallo stesso Bacon alla body art di Günther Brus, pittore, scultore e performance artist nato in Congo e naturalizzato francese, Sagazan è noto agli insider per la sua Transfiguration: in un rituale quasi mistico il protagonista frammenta e ricompone la sua identità attraverso una serie di maschere d’argilla che modella e distrugge sul proprio volto (la performance è parte di Samsara, film del 2011 diretto da Ron Fricke).

È grazie all’abilità di Sagazan che Pugh riesce a forgiare capi-scultura in linea con le costruzioni architettoniche, polimorfiche, altamente strutturate che da sempre caratterizzano la sua label.

Sagazan è inoltre coprotagonista dell’inizio del corto, un viaggio che, se saremo bravi a trattenere il fiato tra demoni, golem, vampiri e fiamme apocalittiche, ci porterà ad una sorta di nirvana sci-fi popolato da donne bardate da scintillanti armature.

Sagazan ha lavorato con il Maestro David Lynch, quindi non è un caso che su tutto il corto aleggi lo spettro del regista americano. Non mancano tuttavia tratti dalla forte originalità; i corpi di Pugh, Sagazan dei modelli e le modelle, sono tutti sapientemente manovrati dai movimenti studiati per l’occasione da Wayne McGregor.Il coreografo inglese si contraddistingue per un personalissimo vocabolario in cui arte visuale e film compartecipano insieme alla danza per una mise-en-scène che lascia il segno.

Quello che accomuna le quattro menti dietro questo corto è in realtà il loro essere borderline, l’urgenza creativa al primo posto: abiti, sculture, performance e danza sono splendidi strumenti per comunicare e riflettere.

Percorrendo un sentiero di matrice espressionista la presentazione orchestrata da Pugh e compagni vuole esaminare, esporre e denunciare gli impulsi che guidano la sua tormentata creatività.

Ho visto cose che voi umani…