Da inizio millennio Rick Owens si sforza di sfuggire da binari prettamente commerciali alla ricerca di un senso più profondo della moda: per lui vestire significa abitare un corpo ed è, a tutti gli effetti, una modalità esistenziale grazie alla quale ci relazioniamo al nostro io e al mondo.

Tra primitivismo ed echi Picassiani, il designer pensa agli abiti come second skin, epidermidi alla seconda portati da uomini e donne simili a membri di tribù postatomiche, appartenenti a una dimensione sospesa nel tempo, tra passato ancestrale e futuro avveniristico.

Con un background artistico e un passato borderline trascorso nei club alternativi di L.A. alle spalle, Owens è una delle anime più alternative all’interno del fashion-system odierno.

“Avrei voluto essere un artista, ma era qualcosa che sentivo di non avere dentro, ritenevo di non avere le doti intellettuali per esserlo, quindi ho deciso di diventare un fashion designer, perché era frivolo e easy!”

Anche se Rick ironizza, il suo lavoro lo dipinge come uno stilista che, avulso da logiche di stagionalità, è alla ricerca delle traduzioni materiali dell’Io Profondo.

Per questo i suoi sono più seguaci che fan, per questo il suo percorso si lega da vicino all’approccio di alcuni dei filoni artistici più importanti della contemporaneità.

“Sono abbastanza riluttante a definire ciò che faccio come arte. Penso in tre dimensioni, quindi questo ha molto a che vedere con la costruzione, e meno con lo styling, diciamo che è molto più simile alla scultura, ma non la voglio chiamare arte…”

Per Owens riferimenti come Richard Serra e Brancusi (a cui intitola un paio di boots) sono fondamentali, lo slancio verso l’architettura lo spinge all’ossessione per lo studio della struttura.

 

Richard Serra, East West West East Qatar | via archdaily.com

La decostruzione e ricomposizione figurativa, di matrice cubista, e la disperata ricerca dell’Es Freudiano, primo obbiettivo dell’Informale o Espressionismo Astratto, si trovano a convivere in un’estetica in cui l’incandescente magma dell’interiorità umana è affettata da una gelida lama minimalista.

In un logica di pesi e contrappesi, che persegue la sintesi e non la mediazione, emerge spesso la riflessione sul rapporto naturale- artificiale. Rifacendosi a Richard Serra Owens si lascia ossessionare da questa tematica. Nel maggio 2002 viene pubblicato dalla rivista I-D un suo ritratto: lo stilista nudo urina nella bocca di un suo simulacro in cera realizzato per l’occasione da Madame Tussauds. Carne e ossa da una parte, cera dall’altra, in una composizione in cui è davvero arduo distinguere il vero dal falso, il naturale dall’artificiale.  La statua, inizialmente pensata per essere inserita dallo stilista nella sua casa Parigina, nel 2006 è stata protagonista della presentazione della prima linea interamente maschile proposta da Owens a Pitti Uomo.

 

via highsnobiety.com

Pitti Immagine decise infatti di dedicare al designer  DUST” is what I call the warm soft grey color of gently slipping into unconsciousness, un vero e proprio happening suddiviso in tre atti: Dustulator, sfilata della prima collezione uomo autunno-inverno 2006 e due installazioni, Dustdam e Dustpump. Da una  parte la retrospettiva dei capi più significativi e iconici della Label, dall’altra l’installazione dell’ormai celebre scultura di cera che, appesa a mezz’aria, minzionava su una montagna di specchi.

Il richiamo a Situazionismo, Performing e Body Art, Marina Abramovič, Gina Pane, Bruce Nauman, Vito Acconci, è lampante, e si ripresenta prepotentemente nel fashion show parigino per la collezione p/e ’16: giovani artiste sorreggono le modelle con corde e cinghie,calcano la passerella tra un look e l’altro come spettri, manifestazioni in absentia dell’abito in quanto significante.

 

via vogue.com

Poche settimane fa, per la proposta maschile della primavera-estate 2017, Rick Owens si è invece rifatto ad un altro eroe dell’arte contemporanea: Thayaht.

Per l’esattezza è una sua scultura a ispirarlo: il ritratto di Filippo Tommaso Marinetti, figura chiave nella vita di Thayaht, dal momento che fu proprio quest’ultimo a introdurlo al Futurismo.

 

Thayaht in tuta | via dejavuteam.com

 

«Rappresenta l’estetica aspirazionale brutalista che ho perseguito con fermezza dalla prima volta che ho messo il mio nome su un’etichetta» – ha dichiarato il creativo dai lunghi capelli corvino, che possiede la statua citata all’interno della propria collezione privata- «So che esistono solo due di queste teste e io ne possiedo una, che ho installato nel mio studio estivo al lido di Venezia con vista sul mare Adriatico».

In Dirt (così’ è stata battezzata la collezione) la citazione non è qualcosa di vagamente allusivo, l’ evocazione è talmente ricercata che Owens ha chiesto e ottenuto dagli eredi il permesso di utilizzare Thayaht come riferimento.

L’artista italiano e inventore della tuta che rimodellata, decostruita, deformata e futurista, è la vera protagonista del defilé maschile firmato dallo stilista.

Il percorso di Rick Owens è tutt’altro che perfetto, la sua non è solo una moda d’autore, è anche una moda biografica.

Cadute e sbavature, fino alla provocazione quasi gratuita (ci riferiamo al suo show alla  Paris men’s Fashion Week nel 2015 dove i modelli indossavano tuniche che lasciavano scoperti i genitali), sono tappe obbligatorie di uno stile che, nonostante tutto, funziona.

Con il tempo è arrivato persino il mai tanto agognato successo commerciale: pubblico e gate keepers sempre più attratti dalla forte identità hanno spalancato le porte al designer e oggi non c’è fashion victim che non possieda un pezzo firmato da lui.

Come dire: la perfezione annoia, mentre l’anima paga…per lo meno in fatto di tendenze.

Header via i.warosu.com