L’appetito vien mangiando cita un celebre detto popolare. È stato certamente così per Luis Vuitton perché, da quando ha assaggiato il mondo dell’arte, il suo appetito pantagruelico sembra non placarsi.

Attraverso il rapporto instaurato con essa, la celebre Maison ha celebrato e contemporaneamente plasmato il proprio d.n.a, e, anche se sono passati più 160 anni dall’inizio della sua avventura, il pionierismo del monogramma più famoso al mondo è più intatto che mai.

Tra opere d’arte su commissione, sviluppo di nuovi prodotti e allestimenti scenografici, è infatti da diverso tempo che il brand collabora con gli artisti più influenti del nostro tempo.

Si parte nel 2002 con Takashi Murakami, l’Andy Warhol del Sol Levante. Sono gli anni in cui troviamo al timone l’eccentrico e irriverente Marc Jacobs. Da profeta del pop orientale Murakami è dal canto suo un maestro in traslazioni (potremmo descrivere la sua arte come uno studio degli effetti della cultura pop occidentale su quella del suo Paese) per questo si rivela perfetto per l’ambizione trasversale di Vuitton. Dalle cherry-blossom la proficua e fortunata collaborazione permarrà per tutta l’era Jacobs (1997-2013).

 

Takashi Murakami. Photo via zixundingzhi.com

 

Takashi Murakami , photo via bonbrand.com

Il 2008 è invece l’anno di Richard Prince. Quella con l’ apprezzatissimo Pittore e fotografo americano non è una semplice collaborazione, piuttosto una relazione dalla quale nasce la  Jamais Bag, vera e propria opera “in edizione limitatissima”, venduta unicamente in Inghilterra e in solo 50 esemplari. L’intenzione è quella di rendere omaggio  alla mostra dell’artista americano alla Serpentine Gallery di Londra (le date delle due presentazioni coincidono), il risultato è creare un pezzo che diviene presto oggetto di desiderio da parte dei collezionisti

 

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Anche Stephen Spourse e il suo spirito graffiante vengono chiamati  a partecipare alla re-invenzione creativa. Due linee, Roses e Graffiti, per sporcare ruvidamente le canvas di Vuitton ed infondervi uno spirito metropolitano inedito.

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Yayoi Kusama, arista poliedrica ed attivista, non è nuova alle collaborazioni con il mondo della moda, ad inizio millennio ha infatti dipinto pois per Miyake, ma quella con Vuitton è una vera e propria ribalta mediatica. Le vetrine delle capitali vengono “kusumizzte”: non solo i pezzi nati dalla Join Venture, ma anche statue a grandezza naturale e bandiere, il tutto rigorosamente a pois. Anche qui il lancio mondiale (12 luglio 2012) avviene nel medesimo giorno in cui si tiene il vernissage della Kusama al Whitney Museum di New York, quasi a sottolineare la coincidenza tra i due percorsi.

 

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“Considero l’arte come una moda passeggera. Meglio: credo che l’arte e gli artisti siano un po’ come degli accessori. Però molto cool”. Così si è espressa Cindy Sherman quando le hanno chiesto di cosa pensasse del rapporto con la moda in occasione della sua collaborazione con Vuitton. Nel 2014 la maison francese l’ha scelta (insieme a Frank Gehry, Christian Louboutin, Karl Lagerfeld, Marc Newson e Rei Kawakubo) per celebrare il Monogram creato a fine 800 da Georges Vuitton in omaggio a papà Louis. Il titolo del progetto è di per se già tutto un programma: Iconoclast.

 

 

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Nel 2013 James Turrell  presenta “Ackhob”, installazione per il punto vendita di Las Vegas. Questo è solo l’ultimo di tre progetti commissionati da Vuitton, lo hanno preceduto una serie di fotografie del suo “Roden Carter”che, nel 2006 sono state giustapposte all’enorme baule griffato all’esterno dei vari punti vendita, e la scultura luminosa “First Blus- Oct 2005” realizzata per gli Champs-Elysées. Un modo nuovo per mettere in contatto pubblico e arte. “Voglio creare un’atmosfera che può essere consapevolmente cambiata radicalmente attraverso una sensazione….come il muto pensiero che viene dal guardare un incendio.”

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La parabola ascendente che la Maison francese ha intrapreso ad inizio 2000 trova il suo apice quattordici anni dopo con l’inaugurazione della Fondazione omonima a Parigi: nel parco del Bois de Boulogne Frank Gehry, archistar internazionale (suo il Guggenheim Museum di Bilbao), ha progettato un vero e proprio museo. Uno spazio “colorato” la scorsa primavera dall’arte caleidoscopica di Daniel Buren.

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Oggi il marchio di proprietà della Holding francese LVMH sceglie il newyorkese Jeff Koons per dare un nuovo look a eterni classici come le borse Speedy, Keepall e Neverfull. La scelta del Louvre per presentare la collezione non è casuale, è la seconda volta che Vuitton usa il museo più famosa al mondo come location ribadendo il rapporto ormai sanguigno con il mondo dell’arte. Il genio contemporaneo di Koons traspone sulla pelletteria più famosa del mondo la propria opera, trasformandola di fatto in uno straordinario megafono pop. Ne nascono pezzi in cui il citazionismo provoca una vertigine surreale. Grazie alla perversa, ma forse neanche troppo, logica delle “Gazing Balls” da Vinci, Tiziano, Rubens, Fragonard e Van Gogh diventano pattern à la page.

 

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L’empatia che lega i due è tale che la Casa di Moda permette all’artista di spingersi ove nessuno aveva mai osato: rielaborare il celebre Monogram LV per accogliere le proprie iniziali JK. Su ogni borsa sono infatti stati apposti il Monogram neonato e la firma di Koons, e a ciascuna di esse è stata applicato uno charm a forma dell’iconico coniglietto gonfiabile.

Il pubblico le ama da subito. Dalle star accorse alla presentazione (Kate Blanchett, Jennifer Aniston, Michelle Williams, Jennifer Connelly, Catherine Deneuve, Léa Seydoux Miranda Kerr, Chloë Sevigny, Rila Fukushima e molte altre), alle comuni mortali, tutti le vogliono.

 

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Moda e arte, il cortocircuito si ripresenta con una tale evidenza che la domanda sorge spontanea: se il mercato del lusso non conosce crisi, se quello l’arte, esente da ribassi, è il migliore dei beni di lusso su cui investire, allora una borsa griffata può essere vista come un’ottimo investimento?