Alla scoperta di Alessandro Micheli, controverso stilista della casa di moda GUCCI.

 

Trevor Andrew image via complex.com

L’arte è, per sua intrinseca natura, dotata di grande potere d’attrazione, forza comunicativa e veicolabilità (anche a fini commerciali) nell’universo social.

Grazie ad una spiccata sensibilità Alessandro Michele, fashion designer della Maison Gucci, è riuscito a captarne il potenziale. All’interno di una logica prettamente punk, lo stilista mette in scena l’operazione del cut up: cultura e trash, strada e passerelle, arte e moda instaurano un dialogo da cui non nascono solo indumenti e accessori griffati dalla doppia G dello storico brand fiorentino, ma addirittura campagne poi divenute virali.

Al principio fu Trevor Andrew alias GucciGhost.

La storia è quella della tipica favola nata nel mondo 2.0. Era il 2013 quando Travor, campione olimpico di snowboard, crea il suo outfit per Halooween. Affetto da una vera e propria ossessione per il marchio, decide di trasformare un lenzuolo Gucci in un costume da fantasma. Chi lo vede in giro per le strade di New York lo chiama Gucci Ghost, cosi a Andrew viene un’idea: iniziare a riempire i muri della Grande Mela con la sua personalissima reinterpretazione del celebre logo italiano, e di postare il tutto sui social con l’hastag #guccighost.

È stato sufficente uno scatto che lo ritraeva sullo skateboard per le strade con un lenzuolo addosso, prontamente postata su Twitter, a scatenare la risposta degli internauti: piovono prima migliaia, poi milioni di like e followers. Impossibile non notarlo, più difficile pensare di inglobarlo nelle future linee, eppure è proprio questo che fa Michele. Incontra Travor Andrew e, insieme a lui, crea una collezione in cui scarpe, borse, portafogli, t-shirt etc. diventano una tela bianca in cui l’ex snowboarder possa esprimere tutta la propria adorazione per il marchio.

 

Il successo è trionfale: i pezzi nati dalla joint venture diventano non solo must-have, ma veri e propri cult.

Alessandro Michele è consacrato a sacerdote della New Romance: estetica che attinge dal passato per poi restituire un’attualità accattivante. Questa collaborazione è solo la prima instaurata dallo stilista con artisti emergenti.

Pochi mesi fa, per il lancio della collezione di orologi Le Marché des Merveilles, sono nate diverse esperienze in sinergia con nuovi talenti. Tra le altre spiccano quelle con John Yuhi e Polly Nor. Taiwanese trapiantata a New York, la prima delle due è autrice di una bodyart social-oriented: tatuaggi temporanei dedicati a facebook, twitter, instragram con il chiaro intento di portare alla luce il rapporto di dipendenza problematica instaurato con essi.

 

Londinese, 28 anni, Polly Nor esplora la tematica dell’identità femminile e l’alterità da se stesse. I demoni che ricorrono nelle sue illustrazioni ci raccontano di donne che si spogliano delle aspettative sociali per scoprirsi piene di ansie, frustrazioni e desideri inconfessabili. Dotate di profili nutriti da migliaia di seguaci, entrambe le artiste hanno aderito alla campagna Gucci. Moda, arte, web, social sembrano interconnettersi in un intreccio sempre più complesso, in cui è difficile stabilire chi ha più bisogno di chi. Eppure, nell’era degli hater, le polemiche non sono mancate. Si è parlato di appropriazioni indebite del mondo “commerciale” colpevole di fagocitare nuovi artisti per i suoi fini; di arte svenduta, di territori che fino a poco tempo fa godevano di uno status indipendente sempre più assoggettati alle logiche delle grandi multinazionali. Il caso di Gucci e del suo direttore creativo è il più significativo, ma non il solo. Mecenati o sfruttatori? Benefattori o deturpatori? Il nodo è difficile, se non impossibile da sciogliere.

 

 

Viviamo in un’era in cui i confini si dissolvono e le barriere cadono. Un universo caotico in cui solo sensibilità e coscienza individuale possono orientarci.

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