Tatto, design e inclusione: il progetto di Fabio Fornasari per il Museo Omero pt.1

Le conoscenze che abbiamo sull’apprendimento sono oggi indubbiamente più evolute rispetto a quelle che hanno accompagnato la nascita di gran parte degli spazi museali e grazie al diffondersi di questa nuova sensibilità alcuni allestimenti ci permettono di toccare con mano la possibilità di partire dagli oggetti musealizzati per arricchire la dimensione immaginativa di tutti.

A illustrarci alcuni di questi progetti è Fabio Fornasari, architetto e museologo esperto nella progettazione di spazi di apprendimento finalizzati alla valorizzazione dell’autonomia delle persone e alla costruzione di processi di inclusione, che al grido di “abbasso i però, viva gli anche!” ha dedicato la sua vita professionale alla diffusione di un tipo di cultura dell’inclusione innovativa, basata sulla convinzione che ciò che si cerca di immaginare per un determinato target di persone possa invece funzionare per tutti, a seconda di come si decida di veicolarlo.

È lui ad aver curato nella Mole vanvitelliana di Ancona l’esposizione permanente della Collezione Design del Museo Omero) inaugurata nel 2021, individuando degli oggetti rigorosamente Made in Italy, selezionati tra i progetti vincitori del Compasso d’Oro, che devono ricordare la casa e che servono per lavorare, scrivere, mangiare, vestirsi, abitare e giocare e mostrandoli in un percorso organizzato per temi attraverso il quale scoprire la loro bellezza e il pensiero alla base della loro ideazione. 

I “32 pezzi più uno” – il numero è stato ispirato dalle variazioni Goldberg di Bach di natura formale e da quelle Diabelli di Beethoven che invece giocano sul piano delle possibili emozioni suscitate dalla musica – si presentano ai visitatori come un “campionamento di mondo”, in un allestimento che replica quello proposto nel 1972 al MOMA di NY nella mostra The New Domestic Landscape e che, piuttosto che glorificare gli oggetti esaltandone l’aura, cerca di ripristinare la continuità tra arte ed esperienza umana quotidiana.

Come già John Dewey aveva proposto nei suoi scritti, non abbiamo delle opere su un piedistallo o in delle teche ma degli oggetti concreti esposti in un’unica sala e appoggiati su un ‘bancone’ continuo, a forma di serpente, che accompagna il nostro muoverci all’interno dello spazio e che richiama il bancone dei negozi nei quali entriamo in contatto quotidianamente con gli oggetti che ci colpiscono e che ci attirano. 

Al posto però della scatola originale con la quale l’oggetto veniva venduto sono state pensati e realizzati tutta una serie di contenitori con delle fessure che richiamano la stessa struttura della mole dalla cui apertura si vede l’altare dedicato a San Rocco e che permettono di esplorare l’oggetto da punti di vista inediti. Sempre per questo motivo l’oggetto non deve rimanere sull’espositore ma può essere preso, manipolato, spostato fino a tenerlo a terra per cambiare anche il punto di vista sull’oggetto stesso. 

Le sollecitazioni tattili storicamente proposte dal Museo Omero sono implicitamente alla base del concept stesso dell’esposizione, allo scopo di rendere tutti in grado di capire e sperimentare con mano quanto questi oggetti ci abbiano aiutato a vivere diversamente, istruendoci su come il design funzioni proprio perché ci insegna a vivere il più possibile “in maniera emozionalmente aperta”. 

In questo modo il museo è un luogo che non è più frutto solo di uno sguardo da storici dell’arte, ma che può anche contenere quel tipo di percorso curatoriale come una delle possibili letture tra le tante. È un posto in cui sperimentare l’emozione e che permette di interrogarsi su come costruire un rapporto d’ascolto con le cose e con le persone. 

Anche il tema dell’autonomia viene declinato nella dimensione relazionale per la quale “io in autonomia devo poter essere utile a te e tu in autonomia devi poter essere utile a me”: accanto agli elementi esposti, oltre al racconto istituzionale della storica del Design Chiara Alessi, c’è una  tavoletta nera scritta solo in Braille, che contiene la descrizione dell’esperienza che hanno fatto i ciechi su quell’oggetto, la narrazione di ciò che loro hanno visto in quell’oggetto solo attraverso le mani. 

Conoscere il loro punto di vista permette di far caso ad aspetti che altrimenti non saremmo stati in grado di cogliere e allarga l’esperienza stessa della visita. Ma per accedere a questi contenuti bisogna per forza chiedere la cortesia ad una persona cieca di leggere quanto scritto, rendendocisi conto dei diversi canali della comunicazione e della pluralità di possibilità arricchenti di lettura di uno stesso contenuto. 

Il tema dell’autonomia si lega quindi a quello della costruzione culturale, per cui le diverse interpretazioni e attribuzioni di significato vengono accolte come valori e trasformate in occasioni di conoscenza reciproca. 

Photo Credits: Fabio Fornasari

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Marcella Colacino
Marcella Colacino
Marcella Colacino si è laureata in Lettere indirizzo Storia dell’arte alla Sapienza di Roma, si è poi specializzata presso l’Università della Tuscia in Conservazione dei beni culturali per poi proseguire il suo percorso professionale con il dottorato in ‘Reggio Childhood studies’ del Dipartimento di Educazione e Scienze Umane dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Guida turistica abilitata, educatrice museale e docente di sostegno nelle scuole superiori, si interessa soprattutto di di didattica museale e inclusione sociale nei musei e nei luoghi della cultura, ma anche di valutazione dell’inclusione, e di inclusione come educazione alla complessità, campi su cui ha all’attivo diverse pubblicazioni.

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